C'è molta pace. La città, col suo frastuono e le onnipresenti luci artificiali, sembra incapace di insinuarsi tra le maglie della vegetazione sempreverde, che leva al cielo stellato le braccia nodose. Il suolo sotto le sue scarpe crepita appena quando appoggia la schiena a un albero e pochi metri più in basso la strada, stretta cicatrice di asfalto tra la falange compatta degli alberi, curva silenziosa e scura.
Lui osserva, in attesa, le armi un peso confortante contro il corpo, il cuore che batte lento, pronto a un nuovo scontro, lento e calmo, finché non appare il primo bagliore di due fari lontani e poi il rombo attutito di un motore.
Osserva l'auto avvicinarsi. Con tre passi scende verso la strada e si guarda intorno.
L'auto rallenta e si ferma sul ciglio a motore acceso. È un'auto sportiva, nera, molto vistosa.
Resta nascosto tra gli alberi e guarda la donna al volante aspettarlo con una mano stretta al volante e l'altra abbassata, presumibilmente ad afferrare a un'arma. Un sorriso compiaciuto gli curva le labbra.
Si avvicina all'auto. Il finestrino si abbassa.
«Che razza di posto» fa la donna, storcendo la bocca, «quasi spaccavo un semiasse.»
Lui scoppia a ridere. «Mi sei mancata Amber, amica mia.»
Lei ricambia il sorriso e anche l'altra mano si posa sul volante. «Anche tu, mio bel fanylyn. Quasi temevo non mi avresti più chiamata.»
«Ho avuto un po' da fare» replica lui. Accenna all'auto. «Posso?»
«Naturalmente» dice lei, facendo scattare la sicura.
Ivan sale sull'auto, che riparte immediatamente.
«Dove?» chiede Amber.
«Fa' inversione, poi ti dico.»
«Sempre sospettoso» commenta la vampira. Scala di marcia e con un ringhio di freni e pneumatici, la macchina ruota di centottanta gradi e riprende la sua corsa. «Cosa hai scoperto?» domanda senza girarsi a guardarlo.
«Solo un minuto, ora gira a destra.»
Imboccano una stradina sterrata che a sua volta sfocia in una viuzza cieca, terminante con un cancello di ferro e un giardino che sembra aver urgente bisogno di potatura.
Lasciano la macchina sotto il salice e Ivan apre la porta blindata.
«Accomodati» le dice facendosi da parte.
La casa è fredda e buia, ma questo non è certo un problema per due vampiri.
La donna si guarda intorno. «Da quanto ti nascondi in questo buco?»
«Qualche giorno» spiega lui facendo strada.
Entrano nella grande cucina col camino e gli utensili da cucina appesi alle pareti. Amber ovviamente nota i 3 bicchieri nel lavandino. «Ti sei fatto dei nuovi amici?»
«È una storia complicata» sospira lui.
«E io ho un sacco di tempo» replica lei sedendosi e accavallando le gambe, esibendosi nella più ostinata delle sue espressioni.
«Va bene» fa lui, appoggiandosi con la schiena alla cucina, le braccia incrociate al petto. «In fondo sono io che ti ho chiamata.»
«Appunto.»
«Il coven sterminato un mese fa dalla Morte Rossa, ricordi? Ci sembrava impossibile che fosse tornata, invece è vero. Ma non è questo il punto.»
La donna raddrizza le spalle ma non dice una parola.
«Il punto è...» riprende lui. Va bene, facciamola finita. «Il punto non è tanto il cosa ma è il come. Attraverso un diverso veicolo di trasmissione.»
«Va' avanti» stavolta lo incalza.
«Il veicolo sono... io» confessa. «Nel mio sangue. Il mio sangue contiene il batterio e anche la cura. Suppongo di essere una sorta di portatore sano.»
Gli occhi di Amber sono sbarrati. Finalmente ti ho lasciata senza parole, vorrebbe prenderla in giro.
«Ipotizzo sia accaduto al momento della mia trasformazione, quando stavo morendo di peste e ricevetti il dono oscuro» continua lui. «Ma neanche questo è il peggio. Il peggio è che i Debellanti lo sanno e mi stanno dando la caccia. Credo mi considerino il loro Enola Gay» conclude con un sorriso per niente allegro. Adesso andrà via, pensa, e sarò completamente solo.
Amber si alza in piedi. «Non puoi esserne certo.»
«Lo sono assai più di quanto vorrei.»
Lei non si allontana disgustata. Anzi, gli si avvicina di un passo. «Chi altri lo sa?»
«Di certo la casa farmaceutica che sta conducendo le ricerche, la Baltar, e Ludwig, ma non ne ho le prove.»
«Ludwig?» ripete sbalordita. «Ma perché...?»
«Neanch'io lo credevo capace di tanto» riprende lui. «Eppure ha sguinzagliato l'intero coven per ritrovarmi.»
«Vero.» Lo fissa per alcuni secondi. «Che c'è, hai ricevuto qualche visita particolare?»
Ivan scoppia a ridere. È come essere trasparente, pensa. «Xavier» ammette.
«Il piccolo, strisciante Xavier» sussurra lei avvicinandosi finché le loro gambe si sfiorano. «E ha affrontato la foresta di notte per riportarti all'ovile? Notevole!»
Ivan inspira forte l'odore della donna. La sua più vecchia e cara amica. La sua unica amica. La prende per le braccia e l'attira dolcemente a sé. «Forse non dovremmo parlare di lui, ora» le mormora all'orecchio.
«Perfettamente d'accordo.»
La stringe contro di sé. «Non hai orrore di ciò che porto nel sangue?»
Lei si allontana tanto da guardarlo negli occhi. «Per tutte le volta che lo abbiamo già fatto, dovrei essere più che morta.»
La riabbraccia sentendosi invaso da un sollievo immenso. «Andiamo di là» sussurra cercando le sue labbra.
«E i tuoi nuovi amici?» domanda lei iniziando già a muoversi verso la porta.
«In giro. Torneranno. Dopo.» ansima Ivan infilandole le mani sotto il maglione di cashmire.
Urtando mobili e pareti arrivano avvinghiati alla camera da letto grande. La maglia di Ivan è già sul pavimento, la cintura slacciata, la lampo abbassata. Amber sembra volerlo dominare stanotte ma a lui va bene così. Ne ha bisogno. Le sue mani sono come un balsamo.
«Mi sei mancata tanto» ripete prima che lei lo sospinga sul letto.
«Anche tu. E spero tu possa capire» gli risponde sdraiandosi su di lui.
Capire cosa? Non ha il tempo di chiedere Ivan. Il dolore è improvviso, incomprensibile, accecante, mille formiche affamate che lo mordono insieme. Sbarra gli occhi e cerca di scostarsi ma la donna lo tiene giù, giù, giù, finché il dolore diventa un pozzo nero che lo inghiotte.
Riapre gli occhi con un sussulto, indeciso per un istante se un nuovo tramonto lo ha ricondotto al mondo. Solo per un istante.
L'appuntamento. Amber. Il dolore.
È ancora sdraiato su quel letto, ma è ammanettato alla testata. Lo spasmo ai muscoli gli dice che sono trascorsi pochi minuti.
Gira la testa. Amber gli è seduta accanto e parla al cellulare. Sul letto è posato un taser.
«Perfetto» dice nel ricevitore. Poggia il telefono sul comodino e guarda lui. Si è rassettata i vestiti. È di nuovo impeccabile, come sempre.
«Già sveglio, mio bel fanylyn?» gli chiede quasi con dolcezza. «Spero di non averti fatto troppo male» aggiunge allungando una mano per accarezzargli i capelli, ma lui si scansa e lei la ritrae.
«Capisco che ora tu sia arrabbiato ma spero che un giorno capirai» sospira con rammarico, posando le mani in grembo.
«Perché?» chiede lui, anche se già sa. Ma ha bisogno di un appiglio, una via d'uscita, qualcosa. Ingoia la paura e osserva la donna, cercando un segno di debolezza.
«È la nostra ultima occasione, Ivan. Se non ci uniamo adesso, i Debellanti ci spazzeranno via dalla faccia della terra» risponde guardandolo negli occhi.
«Sterminando prima, quanti? Centinaia, migliaia di vampiri? Per costringere gli altri a piegarsi a Ludwig...»
«Ludwig è il capo migliore. Gli altri dominus sono solo vecchi e grassi politicanti senza spina dorsale» ribatte lei.
«E io cosa sono, Amber, amica mia? Una bestia da tenere in gabbia e dissanguare lentamente fino ad estrarre l'ultima goccia di veleno?» ringhia scattando in avanti fino a tirare sulle manette.
La donna abbassa gli occhi e la mano le corre al taser.
No! pensa lui, sentendo la paura torcergli lo stomaco. Se mi stordisce ancora è finita.
«Mi dispiace Ivan, ma il tuo sacrificio è necessario» mormora senza lasciare l'apparecchio.
«Quando ci siamo incontrati in quel bar» riprende lui, imponendosi la calma, immobile, «ho davvero creduto che tu non ne sapessi niente. Che volessi aiutarmi.»
«Era vero» spiega lei, la mano ancora lì, sul maledetto aggeggio. «Ludwig mi ha spiegato tutto dopo.»
«E cosa avete offerto alla Baltar?»
Falla parlare, si ripete. Falla parlare e trova una via d'uscita.
«Una cosa che cercano da anni» risponde lei, il viso di colpo illuminato dal sorriso astuto che per tanti anni gli è stato tanto caro. «La chiave per la cura dell'AIDS e di tutte le brutte malattie che fanno la bua agli umani. Cura che andrà a ingrassare le casse della Baltar oltre ogni più rosea previsione di bilancio, ovviamente.»
Ora Ivan è sinceramente confuso. «Cosa...?»
«Il soggetto Omega» scoppia a ridere lei, «il mitico figlio di un vampiro e di una donna umana. L'incrocio genetico più ricercato e ridicolo della storia della scienza!»
«E ci hanno creduto?» fa lui.
«Che vuoi farci» fa spallucce lei. «Tutti credono a Babbo Natale, prima o poi. Anche chi si ritiene più furbo. »
Quel momento di quasi complicità però è servito. La mano non è più sul taser.
«E non hanno controllato, fatto verifiche?» insiste lui.
«Avarizia e ingordigia, mio bel fanylyn. Hanno custodito il loro segreto così bene da non aver voluto contattare nessun altro coven.» Si ferma e sorride di nuovo. «Sai che risate si sarebbero fatti gli altri vampiri, se glielo avessero semplicemente chiesto?» Poi torna seria, e guarda per un attimo il cellulare. «Saranno qui tra poco, ormai. Per favore, non combattere, non opporti. Non farti fare del male più di quanto serva» aggiunge, come se le importasse davvero.
Ivan sente in bocca il sapore della bile. Non trova una via d'uscita.
Non c'è una via d'uscita.
Non c'è.
«Che ne sarà degli altri?» chiede con una voce che adesso suona disperata a lui stesso. Ma non gli importa più.
«Se non si metteranno in mezzo, niente. Altrimenti saranno spazzati via.» Lo fissa, di nuovo. Come se fosse trasparente. «Stai pensando a Xavier, vero?» dice, fredda. «Non credo abbia abbastanza cervello per fare la scelta giusta, se vuoi sapere come la penso. Soprattutto dopo il vostro incontro. Cosa gli hai fatto per sconvolgerlo tanto?» domanda, quasi cattiva.
Ivan chiude gli occhi. Non potrò nemmeno chiedergli perdono, pensa.
La mano di Amber è sul suo petto nudo. Lui vorrebbe scostarsi, ma non può.
«Mi spieghi cosa ci trovi in quel rospetto strisciante?» lo pressa, la bocca atteggiata a una smorfia disgustata.
«La lealtà, per esempio» sibila lui. «Lui non mi ha mai tradito né ingannato, vero Amber, mia vecchia e cara amica? E toglimi le tue mani schifose di dosso» ringhia, mostrando le zanne.
«Come vuoi» fa l'altra, ritraendosi, «ma ti consiglio di cambiare atteggiamento ora che...»
La pentola di rame rotea nell'aria e si schianta sulla testa della vampira con uno SLOOOOONG rimbombante. Il suo collo scatta in avanti come quello di un cobra ma prima ancora che l'eco si spenga un secondo colpo, di attizzatoio stavolta, la scaraventa giù dal letto lasciandola tramortita sul pavimento.
Cataldo la fissa con occhi spiritati, la pentola ancora in mano. «Cazzo l'abbiamo ammazzata» mormora.
«Cazzo sì» conferma Manuel, mollando l'attizzatoio come se scottasse.
«È solo svenuta» dice Ivan, tirandosi su in ginocchio. Guarda i due ragazzi ancora sotto shock. «È viva, ve lo assicuro, e tra poco saranno qui i vampiri di Ludwig e gli uomini della Baltar, perciò muovetevi!» termina urlando, per scuoterli.
Cataldo getta la pentola e guarda il vampiro. «Dov'è la chiave delle manette?»
«Non lo so! Cercale in tasca.»
Il ragazzo si copre la bocca. «Ma è.. viva...»
«Sbrigatevi, per la miseria!» grida.
I due schizzano giù insieme, evitando per puro miracolo di sbattere le teste una contro l'altra. Ivan respira molto a fondo.
«State calmi, andrà tutto bene» gli dice con la voce più rassicurante che può.
«Non le trovo» raglia Manuel frugando nelle tasche.
«Non ci sono!» fa eco Cataldo.
«Serve qualcosa per aprirle. Una pinza, un seghetto» li incita allora.
«Nello sgabuzzino!» esclama Manuel, schizzando di là. Segue un rumore di ferri sbattuti e una litania di imprecazioni per niente rassicuranti.
«Non vedo un tubo!» strilla.
«Portagli la candela che è rimasta in cucina» Ivan esorta Cataldo, sempre con molta calma, perché se vanno ancora più in confusione è finita.
Il clangore raddoppia. Per lunghi, interminabili minuti.
«Trovato!» annunciano trionfanti tornando in camera da letto. Manuel stinge un seghetto, monta sul letto e attacca la catena delle manette, producendo un rumore stridulo.
«È acciaio cementato, non puoi tagliarlo con quello. Prova con la sbarra del letto» fa Ivan.
E in effetti dopo altri minuti, letteralmente fradicio di sudore, Manuel ha la meglio sul ferro della testata, liberando Ivan, che schizza verso la porta, seguito dai due ragazzi.
«Le chiavi della macchina» dice correndo.
«Le ho io» risponde Cataldo.
Si fiondano in giardino e dentro l'auto, Cataldo alla guida e gli altri due dietro.
La macchina parte sgommando, quasi si schianta sul cancello e imbocca il viottolo d'accesso.
«Rallenta o ci ammazziamo!» strilla Manuel.
L'auto svolta una, due volte, procede ancora e ancora e finalmente s'immette nella statale.
«Rallenta ora» ripete Manuel, più calmo. «È fatta dai.»
«È fatta» ripete Cataldo, decelerando.
«Fatta.»
«Proprio fatta.»
«Ce l'abbiamo fatta» esclama ancora Manuel, verso Ivan. «È pazzesco ma ce l'abbiamo fatta!» Poi fissa il suo petto nudo, i pantaloni ancora aperti e i polsi ammanettati. «Ma ti pare questo il momento di scopare?» lo redarguisce. «Ma sei scemo? Pensa se tornavamo più tardi!»
E poi si rende conto di ciò che ha fatto. Il pistolotto a un vampiro.
Il quale vampiro lo fissa con sguardo truce.
Nell'abitacolo cala il silenzio.
Il vampiro tira indietro la testa e scoppia a ridere.
«Hai ragione» dice coprendosi gli occhi, sempre ridendo. «Hai perfettamente ragione.»
I due ragazzi ascoltano allibiti le risate del vampiro spegnersi lentamente, finché è Cataldo a parlare, guardando Ivan attraverso lo specchietto.
«E adesso dove andiamo? Che facciamo?»
Il vampiro stavolta sorride. «Non vi preoccupate, adesso passiamo al contrattacco.»
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