Cataldo guarda Manuel.
Manuel guarda Cataldo.
«E adesso?»
La domanda resta a galleggiare tra il letto su cui Cataldo è inginocchiato nudo e l'armadio contro il quale Manuel si è appoggiato a massaggiarsi i polsi e la mascella. Evidentemente Ivan lo ha legato bello stretto, pensa Cataldo.
È Manuel a spezzare il silenzio. «Stai bene?» domanda, e anche nella luce tremolante della candela, Cataldo vede che è pallido come una fetta di cacioricotta.
«Penso di sì» risponde lui toccandosi il collo incerottato, consapevole di non dover avere un aspetto molto migliore di quello dell'amico. «E tu?» fa, osservando il livido violaceo sulla faccia cacioricotta. «Ti ha pestato?»
L'altro scuote la testa. «Quando ti ha morso ho cercato di tirarlo via e mi ha steso con un cazzotto.»
Altro silenzio.
«Che coppia di duri» dice lui alla fine, tirando su col naso.
«Rambo e suo cugggino» conviene Manuel.
«Ora però basta mazzate» dice. «Aiutami a trovare dei vestiti e filiamocela.»
Manuel si muove verso il cassettone e lo apre con una discreta fatica. «Sembra la camera di mia nonna» osserva dopo averlo disincastrato, piegandosi a frugare.
«Che c'è, oltre alle sottane di pizzo?» domanda lui alzandosi.
«Prova questi» fa l'altro, lanciando roba sul letto.
Miracolosamente, i pantaloni e la maglia gli stanno. Cioè, ovviamente gli stanno larghi, ma non gli pare il caso di fare lo schizzinoso. Saltano fuori pure i calzini e un paio di mutande e sotto il letto ci sono le sue scarpe, alleluia!
«E ora via da quest'ultimo posto di merda» ripete stringendo i lacci. Ma quando rialza la testa, Manuel sta appoggiato al cassettone e non pare per niente convinto.
«Bè, che ti prende?» fa lui, alzandosi. «Ti sei assuefatto alle sberle?»
L'altro scuote la testa. «Catà, non possiamo.»
«Manuel, che cavolo dici?» Ma ovviamente ha già capito.
«Ragiona Catà: ci ammazzerebbero in tre minuti.»
«Allora che consigli, di affidarci al vampiro? Lo stesso che mi ha fatto 'sto regalino?» ribatte, puntandosi il collo.
«E quale sarebbe l'alternativa, genio?» replica l'altro agitando le mani, con la voce ascesa di un paio di decibel «Sperare nel buon cuore dei Debellanti? Ossì, mi sembra una grande trovata! Oppure possiamo puntare sulle nostre eccezionali capacità di combattimento. Io e te possiamo fronteggiare cento, mille Debellanti ballando la macarena bendati con una mano legata dietro la schiena e l'altra a tirare una sega a un colibrì!»
«Ma potremmo...»
«Certo, potremmo scappare» lo interrompe, urlando ancora. «Per andare dove, non si sa. Come, è un'altra questione, visto che non faremmo soldi neanche vendendoci gli organi interni. Sempre che intanto gli amichetti zannuti di Ivan ce li lascino, gli organi interni. Immagino siano felicissimi che conosciamo tutti i loro segretucci.»
La sparata lascia Cataldo interdetto. Vorrebbe replicare e incazzarsi, ma quella parte del suo cervello che valuta, analizza e ragiona a piena potenza solo sotto pressione, quella specie di ferro da stiro alimentato a stress, adibito a cancellare le increspature sulla superficie liscia del pensiero, ha già riconosciuto che sì, è vero, non hanno mezza chance di farcela da soli.
Crolla a sedere sul letto, esausto.
«Non abbiamo alternative Catà, dobbiamo restare con Ivan» conclude Manuel, stavolta calmo.
Lui si prende la testa tra le mani. «Ora mi dirai che tutto 'sto casino è colpa mia?»
«No» risponde l'altro.
Dio com'è stanco. Vorrebbe solo rimettersi a dormire. «Invece dovresti, perché è vero» mormora sfregandosi gli occhi arrossati.
«Va bene, forse sei stato imprudente» ammette Manuel sedendosi accanto a lui. «Anzi, molto imprudente. Una vera testa di cazzo, ok? Ma io lo sapevo che avevi la fissa dei vampiri e non ho fatto niente per fermarti, perciò è anche colpa mia.»
Gli viene da ridere. «Grazie della bugia pietosa.»
«Prego.» Poi inspira. «Senti, insieme siamo finiti in questa specie di fumetto horror demenziale e insieme ne usciremo. Però ora devi farti forza.»
«Non ne posso più» sussurra. «Voglio tornare a casa.»
«Ci torneremo. Tra un po'» aggiunge l'altro, quasi fosse veramente sicuro.
Cataldo rialza la testa. «E intanto dici di restare con Ivan.»
«Dico.»
«Evviva» sospira lui.
«È il meglio che abbiamo. Ormai non gli serviamo più, e se ci volesse morti lo avrebbe già fatto.»
«D'accordo» acconsente infine. «Ma se invece ci sgozza, ti giuro che risorgo, ti rianimo e ti ammazzo io.»
«Va bene» fa l'altro, rialzandosi e afferrando l'unica candela. «Ora diamo un'occhiata alla nostra nuova reggia.»
La gita turistica dura pochi minuti, passati ad aggirarsi tra pesantissimi mobili in legno scuro straripanti orrendi soprammobili in ceramica. Solo la cucina è carina, con un grande camino in pietra e gli utensili di rame appesi alle pareti.
«La sera siederemo davanti al fuoco a raccontarci storie di fantasmi» commenta Cataldo giochicchiando con l'attizzatoio.
«Il nostro gentile ospite deve saperne di notevoli» replica Manuel, illuminando la grossa pentola svettante sopra il tavolo rettangolare.
Cataldo molla l'attizzatoio. «Potremmo prendere un po' di legna a accenderlo. Fa un freddo porco qua dentro.»
«E se qualcuno vede il fumo?»
«Chi, David gnomo?»
«Fa' meno lo spiritoso» sbuffa Manuel lasciandosi cadere su una delle sedie. «Cerchiamo di non attirare l'attenzione. E di non far incazzare Ivan. Meglio chiedergliele prima, le cose» specifica.
Cataldo va ad appoggiarsi con la schiena contro il bordo della cucina. «Hai di nuovo ragione. Ma ti starà mica passando la sicurezza?»
«Mai stato sicuro» chiarisce l'altro. «Mi sembra solo la decisione più ragionevole.»
«Facciamo ancora in tempo ad andarcene» afferma lui, spostandosi in avanti.
«No...»
Il rumore della porta richiusa e dei passi lungo il corridoio vedono Manuel impallidire e balzare in piedi, verso Cataldo, che indietreggia andando a spalmarsi contro lo sportello del forno.
Ivan si ferma sulla soglia e li guarda. Prima l'uno, poi l'altro, e sospira. «Quasi speravo foste degli idioti totali e foste scappati.»
«Questo è bene o male?» chiede Cataldo col pomo d'adamo che gli fa su e giù.
«Lo scopriremo» risponde il vampiro, entrando in cucina. Ha in mano un sacchetto bianco col marchio di una rosticceria e lo poggia sul tavolo. «Qui c'è qualcosa da mangiare. Vi consiglio anche di dormire: domani sera avremo molto da fare.»
«Sei stato... gentile» mormora Manuel, guardando il sacchetto.
Ivan li osserva ancora qualche istante. «Potete prendere la camera da letto grande, così starete più comodi. Io riposerò in quella più piccola, visto che per me non fa differenza.»
La camera in fondo al corridoio è piccola, con uno letto stretto, a una piazza.
«Grazie» dice stavolta Cataldo, avanzando verso di lui.
«Avevo deciso di legarvi durante il mio sonno, per evitare che mi faceste qualche scherzetto» continua il vampiro, con un tono stranamente privo di minaccia «ma voglio fidarmi di voi due. Cercate solo di non combinare disastri.»
Lo sta facendo davvero? pensa Cataldo. Si sta davvero fidando di noi?
«Hai bisogno di... qualcosa?» domanda impacciato, ma guardandolo dritto negli occhi. Lo sta facendo davvero?
Ivan scuote la testa. «Mi basta che non apriate i battenti.»
Si volta ed esce. Lo sentono raggiungere la camera ed accostare la porta. Poi non sentono più nulla.
Cataldo si gira verso Manuel, che anche al chiarore della candela ha di nuovo un colorito da vivo. Ma no, è la luce che è cambiata. Pur senza penetrare la difesa delle finestre sbarrate, i primi raggi del sole annunciano la loro presenza, timidi ma rassicuranti, a ricordare che fuori è di nuovo giorno.