martedì 20 luglio 2010

Capitolo 15

Freddo.
Perché fa così freddo?
Ha le membra intorpidite, la gola secca e gli occhi così pesanti da non poter fendere l'oscurità che li circonda.
Non sa dov'è. Non riesce a ricordare.
L'unica cosa a cui pensa è il freddo. Perché fa così freddo?
È disteso su qualcosa di morbido. Lo avvolge un tessuto, che non può scacciare il freddo. Perché fa così freddo?
Alle sue orecchie arriva il martellio continuo della pioggia scrosciante. Un odore d'umido e legno antico gli stuzzica le narici.
E poi il freddo.
Perché fa così freddo?
Muove la testa, la ruota di lato, ma l'oscurità non allenta la sua presa. Prova a chiamare aiuto e solo un gemito esile lascia le sue labbra riarse. Perché non ricorda dov'è? Perché fa così freddo?
Sposta le gambe, le striscia sul lenzuolo. E si accorge di essere nudo. È nudo in un letto. Ha un lenzuolo addosso. E sul lenzuolo c'è una coperta. Ma lui ha tanto freddo e non sa dov'è.
Alza un braccio e si tocca il volto, come cercando se stesso in quel buio opprimente. Si tasta i lineamenti con le dita. Scende sul collo. Dolore. Ha una bendatura sul collo e gli fa male.
Di botto spalanca gli occhi ciechi.
La sparatoria. La fuga. Ivan!
Ivan e il suo morso.
Ivan lo ha morso!!!
Cerca di afferrare il lenzuolo ma non può. Un rumore metallico e una stretta al polso. Cerca con l'altra mano. Una manetta. La testata del letto. Ha un polso ammanettato al letto ed è nudo.
Il terrore quasi gli fa perdere di nuovo i sensi. Sente il cuore rimbombargli nelle orecchie, più forte della pioggia, più forte di tutto. Dà un altro futile strattone alla manetta, dibattendosi come un verme senza occhi infilzato al suo amo, in attesa del mostro che lo ingoierà vivo.
Un movimento a destra, un lievissimo spostamento d'aria.
«C'è qualcuno?» mormora. «Per favore, chi c'è?»
«Sono io.»
È la sua voce. La voce di Ivan. Venuto a fargli ancora male.
Un urlo strozzato gli graffia la gola mentre striscia indietro, rannicchiandosi in ginocchio contro la testata. L'oscurità prende a ruotare e una violenta ondata di nausea lo scuote fino alle viscere.
«Va' via! Hai capito? Non ti avvicinare!» cerca di minacciare, reprimendo i conati. Ma la sua voce è un gracchio supplichevole alle sue stesse orecchie. Colpisce l'aria alla cieca col braccio libero. «Non ti avvicinare!» ripete singhiozzando.
«Calmati Cataldo, stai iperventilando» dice Ivan, come se gli importasse davvero. Perché gli dovrebbe importare? Forse vuole che sia sveglio e in sé, ora che gli farà altro male.
«Vattene via!» ripete tirando di nuovo sul polso.
«Ora accendo una candela, così potrai vedermi» dice l'altro, come se parlasse a un bambino.
Il clic di un accendino squarcia le tenebre. Una mano accosta il fuoco a uno stoppino. La luce tremolante fa apparire una camera da letto di legno scuro e ferro battuto.
Ivan è in piedi accanto al letto e lo sta guardando, sovrastandolo. È vestito di nero dalla testa ai piedi, i lineamenti tirati sul volto pallido. La fiamma si riflette sulle sue pupille come su una superficie d'ossidiana.
Cataldo apre la bocca per urlare ma non ci riesce.
Ivan sospira e posa la candela sul comodino.
«Vorrei provassi a calmarti. Vuoi?» domanda.
Cataldo si allontana per quanto la manetta gli conceda, consapevole in modo doloroso della propria nudità inerme.
«Non toccarmi!» strilla. Ora sta piangendo mentre la stanza ha ripreso a girare e girare e lui è il verme incatenato alla trottola.
«Non ti sto toccando, vedi?»
«Vattene via!»
«Calmati adesso.»
«Aiuto! Qualcuno mi aiuti!»
«Silenzio!» comanda Ivan. Non si avvicina, ma la sua voce è così imperiosa che il ragazzo si immobilizza. Non emette più un fiato ma le lacrime continuano a venirgli giù. Forse se non lo fa arrabbiare non lo torturerà prima di ucciderlo, pensa.
Il vampiro lo osserva un istante. «Ti ho medicato e ripulito. Non credo tu abbia niente di rotto» dice.
Cataldo annuisce appena. Ti prego verrebbe dirgli. Ti prego è l'unica cosa a cui riesce a pensare. Ti prego.
«Qui non c'è energia elettrica, dovrai accontentarti della candela» continua Ivan.
Lui si sforza di replicare ma ha la gola come se avesse ingoiato vetro, perciò osa chiedere «Acqua, per favore.»
Il vampiro si volta e si allontana. Lo sente muovere cose e aprire un rubinetto. Il ragazzo ne approfitta per tirare a sé un cuscino. Lo abbraccia a coprirgli il petto e il ventre.
Ivan riappare e gli porge un bicchiere. Cataldo lo prende ma quasi se lo rovescia addosso per quanto la mano gli trema. D'istinto cerca di stringere con l'altra, quella ammanettata. Porta il bicchiere alle labbra. L'acqua ha un po' sapore di tubi vecchi ma lui la manda giù tutta d'un fiato.
Ivan riprende il bicchiere e lo posa accanto alla candela. Torna a guardare lui, scrutandolo da sopra.
«Ora ti farò delle domande. Se le tue risposte non mi piaceranno, ti ucciderò. Hai capito?»
Vorrebbe dire che lui non ha risposte, lui non è nessuno, ma sa che sarebbe sbagliato. La sua testa fa su e giù. Rabbrividisce e stringe forte il cuscino tenendo gli occhi bassi, addossato alla testata.
«Qual è l'arma che i debellanti cercano?»
Eccola, la domanda che più temeva. Quanto non piacerà ad Ivan la risposta? Tantissimo, sicuramente.
«Allora?» lo incalza.
Cataldo si rannicchia ancora di più. Cerca furiosamente di elaborare una menzogna. E se Ivan le sentisse, le bugie? Se i vampiri capissero quando uno gli mente?
«Hai già messo a durissima prova la mia pazienza. Ora basta» sibila.
Il ricordo del morso è quasi una memoria sensoriale. La paura gli spreme fuori altre lacrime. Mentirgli? Non mentirgli? Alla fine decide, più per incapacità di scegliere che per vero calcolo.
«Tu» sussurra a voce appena udibile.
«Spiegati» insiste l'altro.
«Nel tuo sangue» mormora. «Nel tuo sangue c'è qualcosa che uccide gli altri vampiri e che li può curare.»
«Per questo i debellanti mi danno la caccia?»
«Sì.»
«Gli hai detto tu dove trovarmi?»
Altra paura gli si rovescia addosso. Alza di scatto la testa.
«No» come una supplica.
Il volto di Ivan è impossibilmente calmo. Non tradisce ira né sorpresa.
«No, ti giuro di no. Io non ti avrei..» balbetta sentendosi incredibilmente stupido. Come spiegare al tuo assassino che non lo avresti tradito perché pensavi ti avrebbe aiutato? E che ti sentivi in debito d'onore perché era stato gentile con te?
Idiota, dice a se stesso, riabbassando la testa. Inetto stupido idiota. Quasi te lo meriti.
«Dov'è la loggia dei debellanti?» domanda ora Ivan, sempre spaventosamente calmo.
«Fuori città. È una villa dalle parti del parco archeologico.»
«Quanti sono?»
«Non lo so. Non tanti, comunque. E parecchi ne hai già...»
Sa che non dovrebbe farlo. Sa che quando Ivan avrà saputo tutto, non avrà motivo per tenerlo in vita. Ma sa anche che il vampiro può estorcergli qualunque informazione. Sa che appena iniziato a fargli male, lui parlerebbe comunque. Perciò, che sia piuttosto una cosa veloce. Veloce e pulita.
«Chi altri lo sa?»
«Sicuramente la casa farmaceutica che sta conducendo la ricerca. Baltar si chiama.»
«Qualcun altro?»
«Non lo so. I debellanti non sono sicuri.»
Silenzio.
Le domande sembrano cessate.
E ora? Finisce così? pensa Cataldo. Con riluttanza rialza il volto. Quello di Ivan è sempre una maschera pallida e inespressiva. Come fa? Come fa a restare calmo ora che ha saputo di essere una bomba biologica ambulante? E di colpo un pensiero tremendo lo fulmina.
«Manuel» dice. «Lo sapevi già perché te lo ha detto Manuel» mormora.
«Sì» risponde l'altro.
«Dov'è?» chiede, preda di una nuova angoscia. «Cosa gli hai fatto?»
Le labbra del vampiro adesso si curvano in un sorriso che nella luce fioca e traballante pare demoniaco.
«Non gli ho fatto niente. È di là e sta bene.»
«Sapevi già tutto perché te lo ha detto lui» afferma.
«Il tuo amico ha avuto il buon senso di raccontarmi tutto.»
«Perciò questo cos'era, una specie di test?» fa lui.
«Una verifica» rettifica.
Cataldo inspira forte ed espira. Ormai non c'è più niente che possa fare. Niente.
«I debellanti vi hanno sempre seguiti» gli spiega invece Ivan. «Oggi per venire all'appuntamento hai compiuto un percorso così arzigogolato che si sono insospettiti.»
«Che coglione che sono» commenta.
Il vampiro scoppia a ridere, come se non se lo aspettasse. Prende una cosa dalla tasca dei pantaloni e siede sul letto, prima di allungare una mano verso di lui. Il ragazzo cerca di arretrare, bloccato dalla manetta. Ivan armeggia con una chiave e lo libera.
«Tranquillo, non ho intenzione di violentarti» gli dice con un sorriso per niente rassicurante. Uno che sottende “benché ne sarei capace”.
Cataldo lo guarda a bocca aperta, accarezzandosi il polso dolorante per i troppi strattoni.
«Ora puoi andartene» gli fa.
«Veramente?» risponde lui, sbalordito.
«Veramente.»
«E non mi fermerai?»
«Hai risposto alle mie domande. Ora sei libero.»
«E Manuel?»
«Anche lui» assicura il vampiro.
Ha quasi paura di crederci. Può essere? Così? Così semplice?
«Dove andrai?» chiede Ivan con una noncuranza che, paragonata all'attenzione minacciosa di due minuti prima, pare irreale. E il ragazzo resta all'erta. No, niente è mai così semplice.
«A casa» fa. «E non dirò niente a nessuno. Mi dimenticherò anche come ti chiami» si affretta ad assicurare.
Ivan inarca un sopracciglio. «Non ne dubito, visto che i debellanti vi ammazzeranno appena entrerete nel vostro quartiere.»
«Cosa?» ansima, abbarbicandosi al cuscino. «Ammazzarci? Perché?»
«Perché i loro compagni sono tutti morti e voi no. Quale conclusione pensi che ne abbiano tratto?» argomenta.
«Che li abbiamo attirati in una trappola. O che almeno ti abbiamo aiutato» capisce.
«Esatto» conferma l'altro, così calmo e ragionevole.
«Dio mio» geme lui. Non è complicato, è una sicura sentenza di morte. «Mio Dio.»
«Stammi a sentire» ricomincia Ivan. «Non posso trascinarmi dietro due prigionieri, perciò se vuoi andartene non te lo impedirò. Ma non sopravviveresti un giorno. Se invece accetti di restare e aiutarmi, hai la mia parola che cercherò di proteggerti, purché tu faccia come ti ordino, senza discutere e senza intralciarmi.»
«Aiutarti... come?» indaga, toccandosi il collo d'istinto.
«Hai scoperto molto, e da solo. Potresti essermi utile. Potrei aver bisogno di qualcuno che si muova al posto mio. Come sai, di giorno ho qualche restrizione.»
«E non mi... morderesti più?» insiste.
«Mi dispiace se ti ho fatto male, ma stavo perdendo troppo sangue. Ed ero piuttosto arrabbiato.»
«L'ho notato» fa lui, reprimendo un brivido. Poi pensa una cosa nuova, pure questa bruttissima. «Ora diventerò come te?»
«No, non ti ho fatto bere il mio sangue, perciò resterai umano.»
Il ragazzo ingoia aria, assolutamente sconcertato. Nel giro di poche ore è passato da ostaggio a vittima e ora Ivan lo vuole come alleato. Ce n'è abbastanza per scatenare l'emicrania del secolo.
Aspetta. Poche ore? «Che giorno è? Che ore sono?»
Il vampiro consulta l'orologio. «Le quattro e cinque. Hai dormito un bel po'.»
«E Manuel?» insiste. «Dov'è Manuel?»
Il labbro di Ivan si arriccia. «Quanto senso dell'onore. Davvero raro.» Si alza ed esce dalla stanza.
Torna pochi istanti dopo, con Manuel. Sta finendo di liberargli le mani da una grossa corda. Pur nella luce fiochissima, Cataldo vede sul suo viso i segni di un bavaglio ed ha un grosso livido violaceo sullo zigomo destro. È incerto, intimorito, ma per il resto sembra a posto.
«Nel cassettone ci sono dei vestiti» dice il vampiro, indicando il mobile addossato al muro. «Prendete quello che vi serve. Qui non c'è gas né elettricità ma nella cisterna c'è ancora acqua. Potete lavarvi, se sopportate il freddo.»
Manuel si avvicina al letto su cui lui è ancora inginocchiato nudo e coperto solo dal cuscino. Sposta gli occhi dall'uno all'altro, sconcertato. Cataldo decide di ignorare le cose che evidentemente gli stanno passando per la testa.
«Di chi è questa casa?» chiede invece.
«La proprietaria è morta.»
Cataldo ha un sussulto.
Ivan sbuffa. «Morta di vecchiaia due mesi fa» spiega. Poi fa un gesto con la mano. «Io ora devo allontanarmi. Tornerò prima dell'alba, e per allora dovete aver deciso. Se volete andarvene, dovrete camminare per qualche chilometro fino alla statale e da lì cercare un passaggio fino in città. Se invece al mio ritorno vi troverò ancora qui, darò per scontato che accettate di aiutarmi, e in cambio io cercherò di tenervi in vita.» Li soppesa entrambi con lo sguardo. «Benché questa potrebbe essere la missione più ardua di tutta la mia esistenza» conclude scuotendo la testa.
Gira sui tacchi e se ne va.
Cataldo guarda Manuel.
Manuel guarda Cataldo.
«E adesso?»

1 commenti:

Anonimo ha detto...

chi non muore si rivede :)
un casino niente male, dove vai vai ti accoppano. il vampiro-bambinaia potrebbe non sopravvivere ai due mortali. ma manuel di sicuro è più che umano :D tipo un hobbit eh?

audaco